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Articolo pubblicato su liber@mente


Dal golf al Pitch & Putt: quando lo sport diventa inclusione sociale


Non un “golf ridotto”, ma una diversa porta di accesso allo sport, alla relazione e alla comunità

Nell'articolo sopra riportato, pubblicato sul magazine liber@mente, abbiamo analizzato il golf come fenomeno sociale, evidenziando come, oltre alla sua dimensione propriamente sportiva, esso abbia storicamente rappresentato uno spazio di socializzazione, costruzione del capitale simbolico e, in determinati contesti, riproduzione delle gerarchie sociali. La storia dei golf club, le barriere economiche e culturali e il rapporto tra appartenenza, status e capitale sociale hanno contribuito a costruire attorno a questa disciplina un'immagine di prestigio e, talvolta, di selettività.

Questa lettura non implica naturalmente che il golf sia, oggi, uno sport necessariamente elitario. Lo stesso golf contemporaneo ha conosciuto processi di internazionalizzazione e di apertura, mentre numerose iniziative hanno cercato di avvicinarlo ai giovani e al mondo della scuola. Tuttavia, alcune delle barriere storicamente associate alla sua pratica — costi, disponibilità di tempo, accessibilità delle strutture e percezione di esclusività — continuano a rappresentare elementi sociologicamente rilevanti. È proprio a partire da questa considerazione che diventa interessante guardare al Pitch & Putt. Non come semplice variante “ridotta” del golf, ma come possibile strumento di democratizzazione della pratica sportiva.

Dal campo da golf allo spazio di partecipazione

La prima differenza è apparentemente tecnica, ma presenta importanti conseguenze sociali. Secondo la normativa internazionale FIPPA, il Pitch & Putt prevede buche con una lunghezza massima di 90 metri e un percorso di 18 buche che non supera complessivamente i 1.200 metri; inoltre, il regolamento limita a tre il numero dei bastoni utilizzabili, uno dei quali deve essere il putter. Questi elementi modificano profondamente l'esperienza del giocatore. Il percorso è più contenuto, l'attrezzatura è più essenziale e la componente tecnica si concentra soprattutto sul gioco corto, sulla precisione, sul controllo del gesto e sul putting. Ne deriva una pratica che può risultare più immediatamente comprensibile a chi si avvicina per la prima volta alla disciplina.

Ma la questione più interessante non è soltanto tecnica. È sociale. Uno sport che richiede meno spazio, meno attrezzatura e, potenzialmente, un minore investimento economico e temporale può essere proposto in contesti territoriali nei quali la realizzazione o la fruizione di un campo da golf tradizionale sarebbe più difficile. Il campo sportivo, quindi, non deve necessariamente essere pensato come una struttura isolata e destinata a una comunità già costituita. Può diventare un luogo attraverso il quale costruire una comunità.

Abbassare le barriere non significa abbassare il valore dello sport

È importante chiarire un equivoco. Rendere una pratica più accessibile non significa renderla meno qualificata. Al contrario, nel Pitch & Putt la limitazione dell'attrezzatura e delle distanze può valorizzare aspetti tecnici particolarmente importanti: controllo, concentrazione, capacità di valutazione, precisione e gestione dell'errore. La riduzione della complessità materiale non coincide con la riduzione della complessità cognitiva. Anzi, può accadere il contrario: quando diminuiscono gli strumenti a disposizione, aumenta la necessità di comprendere il gesto e di assumere decisioni consapevoli. È una caratteristica che conferisce al Pitch & Putt un interessante potenziale educativo. E l'educazione sportiva, quando viene progettata in maniera consapevole, può diventare educazione alla relazione.

Dalla barriera economica alla possibilità di partecipare

Uno dei principali elementi di esclusione nello sport è rappresentato dal costo. Nel caso del golf, la letteratura scientifica ha individuato tra i possibili ostacoli alla partecipazione proprio la percezione di uno sport costoso, la minore accessibilità per i gruppi socioeconomici meno favoriti, la distanza delle strutture, i trasporti, le restrizioni di gioco e il tempo necessario per praticarlo. La stessa letteratura sul rapporto tra golf e salute osserva che forme più brevi della disciplina possono contribuire a ridurre alcune delle barriere legate al tempo. Il Pitch & Putt può intervenire proprio su alcuni di questi fattori.

Attrezzatura più contenuta, percorsi più brevi e possibilità di utilizzare spazi di dimensioni inferiori possono contribuire a ridurre la soglia di accesso. Non significa che ogni impianto di Pitch & Putt sia automaticamente economico, né che ogni golf club sia necessariamente costoso. Significa piuttosto che la struttura stessa della disciplina offre condizioni potenzialmente favorevoli alla costruzione di modelli di partecipazione meno onerosi. Ed è questa distinzione a essere importante dal punto di vista della progettazione sociale. 
 
Dal club come appartenenza al campo come comunità

Il tema dell'appartenenza è particolarmente significativo. La sociologia di Pierre Bourdieu ha mostrato come le pratiche sportive possano essere legate alla distribuzione del capitale economico, culturale e simbolico e contribuire alla costruzione delle identità sociali. Nel caso del golf, gli studi di Hugo Cerón-Anaya hanno evidenziato come alcuni golf club privati possano funzionare come spazi nei quali le gerarchie di classe vengono riprodotte attraverso pratiche quotidiane, linguaggi, codici culturali e modalità di utilizzo dello spazio.

Il punto non è quindi demonizzare il golf. È comprendere che ogni organizzazione sportiva può produrre inclusione oppure esclusione, a seconda delle regole formali e informali che ne disciplinano l'accesso. Da questo punto di vista il Pitch & Putt possiede una possibilità interessante: può essere organizzato secondo una logica nella quale l'appartenenza non costituisce il prerequisito della partecipazione, ma ne rappresenta eventualmente il risultato. Prima si entra in relazione attraverso lo sport, poi si costruiscono relazioni e può nascere il senso di appartenenza. È, quindi, un passaggio sociologicamente significativo.
 
Lo sport come capitale sociale

Se il campo diventa luogo di incontro, il valore dell'attività non si esaurisce nel risultato ottenuto con la pallina: si produce capitale sociale, si incontrano persone diverse per età, professione, esperienza e condizione sociale, si impara a rispettare regole condivise, si comunica, si collabora, si osservano gli altri, si impara a gestire la vittoria e la sconfitta, si sperimenta la possibilità di stare insieme in uno spazio regolato ma non necessariamente competitivo. È precisamente questa dimensione relazionale che consente di considerare il Pitch & Putt non soltanto come attività sportiva, ma come possibile infrastruttura sociale di prossimità.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità considera infatti le organizzazioni sportive potenziali luoghi di promozione della salute, di rafforzamento delle connessioni comunitarie e di inclusione; allo stesso tempo sottolinea che la partecipazione sportiva non produce automaticamente inclusione: sono necessarie politiche, ambienti e pratiche intenzionalmente inclusivi. Questo punto è fondamentale. Il Pitch & Putt non è inclusivo per natura. Può diventare inclusivo se viene progettato per esserlo.
 
Un'attività intergenerazionale

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la possibilità di costruire esperienze intergenerazionali. Bambini, ragazzi, adulti e persone anziane possono condividere uno stesso spazio di gioco, con livelli di competenza differenti. Il risultato non deve necessariamente essere la competizione. Può essere l'apprendimento reciproco. Un adulto può accompagnare un bambino, un giovane può aiutare una persona anziana, un principiante può giocare insieme a un praticante più esperto.

Il campo diventa così uno spazio nel quale le differenze non costituiscono necessariamente un ostacolo, ma possono trasformarsi in risorsa relazionale. La stessa OMS sottolinea che l'attività fisica può favorire, nei bambini e negli adolescenti, sviluppo cognitivo, competenze motorie, autostima e integrazione sociale, mentre negli adulti contribuisce al benessere fisico e mentale.
 
Inclusione significa anche accessibilità

Il discorso può essere ulteriormente ampliato alle persone con disabilità. Anche in questo caso occorre evitare semplificazioni. Non è sufficiente affermare che il Pitch & Putt sia “adatto a tutti”. L'accessibilità reale dipende dalle caratteristiche dell'impianto, dai percorsi, dalle attrezzature, dalla formazione degli operatori e dalla capacità organizzativa di adattare l'attività alle diverse esigenze.

Il principio, tuttavia, è importante: progettare uno sport affinché persone con differenti capacità possano condividere, quando possibile, la medesima esperienza sportiva significa passare dalla logica dello “sport separato” a quella dello sport partecipato. La letteratura internazionale sul golf ha già evidenziato che, in determinate strutture e condizioni, giocatori con disabilità possono praticare insieme a giocatori senza disabilità e che infrastrutture, norme sociali e ambienti accoglienti possono ridurre le barriere alla partecipazione.
 
Il territorio come protagonista

C'è infine una dimensione che merita particolare attenzione: quella territoriale. Un impianto di Pitch & Putt di dimensioni contenute può essere pensato, in linea di principio, non soltanto come destinazione sportiva, ma come parte di un più ampio progetto di valorizzazione locale. Scuola, associazioni, famiglie, enti locali, realtà del Terzo settore e organizzazioni sportive potrebbero trovare nel campo un luogo comune per attività formative, ricreative e sociali. In questa prospettiva lo sport diventa uno degli strumenti attraverso i quali costruire coesione territoriale. Non è più soltanto “dove si gioca”, ma diventa “dove ci si incontra”. 
 
Dal golf al Pitch & Putt: una diversa idea di accesso

Il rapporto tra golf e Pitch & Putt non deve quindi essere interpretato in termini di contrapposizione. Il golf rappresenta una disciplina complessa, articolata e ricca di una lunga tradizione sportiva e culturale. Il Pitch & Putt può rappresentare, invece, una porta di accesso. Una persona può avvicinarsi al gioco senza dover necessariamente affrontare fin dall'inizio tutte le complessità tecniche, economiche, temporali e organizzative associate alla pratica golfistica tradizionale. Può imparare, può divertirsi, può incontrare altre persone, può sviluppare competenze. E, se lo desidera, può successivamente avvicinarsi al golf. Ma può anche scegliere di rimanere nel Pitch & Putt, trovando in esso una disciplina completa e autonoma. Questa possibilità è forse il suo maggiore valore sociale. 
 
Una piccola disciplina per una grande sfida

La vera questione, in definitiva, non è stabilire quale sia “migliore” tra golf e Pitch & Putt. La domanda sociologicamente più interessante è un'altra:

quale modello sportivo riesce a mettere in relazione il maggior numero possibile di persone, riducendo le barriere senza impoverire l'esperienza?

Il Pitch & Putt, per le sue caratteristiche tecniche e organizzative, offre una risposta potenzialmente interessante. Meno spazio può significare maggiore prossimità. Meno attrezzatura può significare minore barriera economica. Percorsi più brevi possono significare maggiore compatibilità con la vita quotidiana. Una tecnica accessibile può facilitare l'avvicinamento. Una struttura organizzata in modo aperto può favorire la socializzazione. E una progettazione consapevole può trasformare tutto questo in inclusione sociale. Il passaggio concettuale è dunque importante: il Pitch & Putt non è necessariamente un “piccolo golf”. Può essere un grande strumento di partecipazione.

In questa prospettiva, il campo non è soltanto il luogo nel quale la pallina raggiunge la buca. È uno spazio nel quale persone diverse possono incontrarsi, imparare, giocare e riconoscersi come parte di una comunità. Ed è proprio qui che una disciplina sportiva può assumere una dimensione più ampia: da pratica individuale a esperienza collettiva; da attività ricreativa a strumento educativo; da sport percepito come selettivo a possibile laboratorio di inclusione e coesione sociale.


Franco Faggiano, Esperto Progettazione Sociale

 

Bibliografia


  • Bourdieu, P. (1979), La Distinction. Critique sociale du jugement, Paris, Les Éditions de Minuit.
  • Ceron-Anaya, H. (2010), “An Approach to the History of Golf: Business, Symbolic Capital, and Technologies of the Self”, Sociology of Sport Journal, 27(1).
  • Ceron-Anaya, H. (2017), “Not Everybody Is a Golfer: Bourdieu and Affluent Bodies in Mexico”, Gender & Society, 31(3), 360–384.
  • Ceron-Anaya, H. (2019), Privilege at Play: Class, Race, Gender, and Golf in Mexico, Oxford University Press.
  • FIPPA – Federation of International Pitch and Putt Associations, Rules of Pitch & Putt.
  • Murray, A. D. et al. (2017), “2018 International Consensus Statement on Golf and Health to guide action by people, policymakers and the golf industry”, British Journal of Sports Medicine.
  • World Health Organization, Physical activity.
  • World Health Organization, Health Promoting Sports Club Management Implementation Guide.

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